Università o lavoro: i giovani sono ancora liberi di scegliere?

Immagine“Università a numero chiuso. Lasciate ogni speranza voi che non entrate!”
Potrebbe essere la didascalia di un ipotetico cartello affisso in molte università italiane. Giusto per ricordare ai giovani studenti che non sarà facile entrare ma soprattutto accettare il fatto che per frequentare la facoltà da sempre sognata devi prima essere selezionato. Magari avrai la passione per il mestiere, ma se non sai la chimica, la matematica, la logica e tanto altro non sei il benvenuto. Da un lato sembrerebbe anche giusto un ragionamento del genere: far frequentare specifici corsi a gente che ne sa più di altri e che quindi meritano quel posto.
Tutto normale se si parla di università private, prestigiose o meno che siano. Ma qui si parla di atenei statali. Atenei che lo Stato mette a disposizione dei cittadini per continuare gli studi e creare figure professionali di cui lo Stato stesso avrà bisogno. Ok, sono d’accordo con la necessità di dover selezionare gli studenti migliori e più adatti ma non attraverso un test che in 2 ore può quasi decidere le sorti di una vita. E’ necessario, invece, ammettere più matricole al primo anno, verificando comunque opportunamente dei requisiti minimi di conoscenza, ma rendere quello stesso anno più selettivo ed orientativo per i ragazzi, nel senso che ci debba essere una sorta di selezione naturale in cui i più bravi, portati ed appassionati continuino a dispetto di coloro che capiscono di aver intrapreso la strada sbagliata. Qualcuno obietterà che così facendo molti giovani perderebbero inutilmente un anno della loro carriera universitaria o lavorativa. E’ certamente vero ma vorrei che pensassimo anche a tutti quei giovani che provano anno dopo anno sempre lo stesso test per poter inseguire il sogno della vita? Personalmente ne ho conosciuti parecchi e anche se molti alla fine ce l’hanno fatta, tutti hanno comunque perso anni in altri corsi o senza far nulla, nemmeno lavorando o al massimo facendo lavoretti (rigorosamente) in nero, incidendo negativamente in primis sullo Stato. E’ proprio quest’ultimo che dovrebbe imporsi come una madre (metafora forzata, lo so) che detta delle indicazioni ai propri figli (noi, giovani cittadini): “Figliolo, io ti faccio entrare senza troppe difficoltà dove vuoi ma ti do’ un anno di tempo per valutarti; se in questo periodo dimostri incapacità o capisci che non è la tua strada, ti aiuto a cambiare percorso. Vediamo…hai mai pensato all’artigianato?” Ecco il secondo tema portante per i giovani: le carriere extra-scolastiche. Ormai scomparse dalle scelte dei neo-diplomati, meriterebbero una maggiore considerazione visto che lo Stato si ritrova da un lato con un sacco di laureati, superspecializzati, con 12 master ma senza lavoro; dall’altro con una carenza paurosa di artigiani, operai specializzati ed esperti di lavori manuali che mai scompariranno. Sono proprio di qualche settimana fa le parole del sindaco di New York, Michael Bloomberg, in cui avvisava i giovani che non sempre scegliere di studiare ad Harvard & Co. sia la scelta migliore, piuttosto puntare su lavori come l’idraulico sarebbe una scelta sicura, forti di un lavoro che “il computer non rimpiazzerà mai“. E’ forse ora che mamma Stato insegni ai propri figli a crescere e li educhi tanto nella cultura quanto nella capacità di scegliere il proprio futuro. Laurearsi non deve essere un obbligo ma una scelta. Apprendere un lavoro non deve essere una scialuppa dalla non-voglia di studiare ma una scelta. Così spero che un giorno, in futuro, un medico curi le malattie di un idraulico, che a sua volta riparerà le tubature di casa sua. Ricordandosi entrambi di aver preso strade diverse 20 anni prima…

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